Ora essendo il predett’ uomo dì Dio nel fiore della gioventù d'anni 19, piacque al Redentore di dargli l’eterno premio meritato dalle fatiche perché afflitto da grave infermità,doppo aver mostrato una grandissima pazienza e disio di volar al Cielo al fil anima sciolta dal peso terreno ando a viver con Cristo non senza molte lagrime di tutti i Monaci e degli abitatori di quel paese. Ma il Padre, come quello che l’ amava teneramente, andatosène dal Priore ottenne in grazia di portar il corpo del figliuolo a Ripacandida, essendo posto nel cataletto, lo portavano con molta lagrime di ciascuno che lo conosceva al quale tutto il popolo della Petina, e piangendo dicevano: O Donato come ci lasci così sconsolati ed afflitti senza lasciarci un segno della tua amorevolezza. Alle quali parole (o gran bontà di Dio) alzò il braccio destro dal cataletto e lo lascìo dal gombito cader interra il quale fu ricolto con grandissima venerazione e quivi conservato molto tempo. Il rimanente del corpo fu portato a Ripacandida fu quivi sepolto. Il braccio predetto oggi si trova intero con la carne nell’ Auletta terra convicina alle predette nel Convento di San Francesco, ove stanno Frati Conventuali. Un’ unghia, che manca a un dito del detto braccio, in Sicignano. Il corpo oggi si crede che sìa nel Duomo d’ Acervo, altri dicono in Ripacandida, ove celebrano la sua festività il 17 d’ Agosto: altri dicono in Melfi. Alcuni credono che la testa a sìa nella città di Nusco: e questo e quanto di San Donato Monaco di Montevergine s’ha per continuata memoria.
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domenica 27 giugno 2010
San Donato di Ripacandida ( 1591 )
giovedì 24 giugno 2010
Lettere ai briganti
Lettere trovate su due cadaveri di briganti
…. Questa è di una donna di Ripacandida a suo marito
Carissimo marito. Io mi son rallegrata che voi vi troviate bene in salute e che Dio vi abbia liberato da ogni disgrazia.. Io prego a tutti i momenti Dio di liberarti ma intanto si dice pubblicamente a Ripacandida, che voi siete stato coraggioso per la patria e che il Signore vi accompagnò sino alla fine di riportare la vostra vittoria. D’ una sola cosa io mi sento molto dispiacere,, perchè tutti i Ripacandidesi hanno riportate delle ricchezze alle loro famiglie: io piangendo e lacrimando dicevo:perchè il marito mio non si ricorda di me? Povera donna, io non ho mai fortuna. E dicevo fra me stessa: mio marito aveva un cuore largo, perchè mostra adesso un cuore di macigno? Io vi prego al più presto di levarmi la mia miseria .Vi salutano carissimamente i miei fratelli, e dicono che vonno un ricordo: regalate un fucile a ognuno acciocchè si ricordino del vostro buon cuore e il fucile che avete mandato io non l ho ricevuto. Vi abbraccio caramente.
Scritta da me Michele Guglielmucci e a me pure mandatemi qualche piccolo fucile.
Vostra affezionatissima moglie
Teresa Sairua
o
Teresa Sairna
Il cognome non è leggibile
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domenica 20 giugno 2010
LA BATTAGLIA DI CANNE E IL MONTE VULTURE
Anche il Monte Vulture ebbe un ruolo importante in quella battaglia, o meglio, il vento che quel giorno soffiò da esso fu determinante nella sconfitta dei romani da parte di Annibale.Ecco cosa dicono le cronache di allora e che testimoniano di quel vento impetuso;
Tito Livio in Ab urbe condita:
XXII,43] Prope eum vicum [Cannas] Hannibal castra posuerat aversa a Volturno vento, qui campis torridis siccitate nubes pulveris vehit. Id cum ipsis castris percommodum fuit, tum salutare praecipue futurum erat cum aciem dirigerent, ipsi aversi terga tantum adflante vento in occaecatum pulvere offuso hostem pugnaturi.
Presso questo borgo aveva Annibale posto il campo, con le spalle al vento Volturno che in quelle campagne arse dalla siccità porta nubi di polvere. E tale disposizione, buona per gli alloggiamenti, doveva essere sommamente propizia quando si sarebbero schierati a battaglia, giacché così, soffiando il vento soltanto da tergo, avrebbero combattuto rivolti alla parte opposta contro il nemico accecato dalla polvere.
[XXII,46] Sol seu de industria ita locatis seu quod forte ita stetere peropportune utrique parti obliquus erat Romanis in meridiem, Poenis in septentrionem versis; ventus -Volturnum regionis incolae vocant - adversus Romanis coortus multo pulvere in ipsa ora volvendo prospectum ademit.
Il sole, o perché si fossero così disposti di deliberato proposito o fosse caso, batteva l’una e l'altra parte, molto opportunamente, di fianco, essendo i Romani vòlti a mezzogiorno, i Pùnici verso settentrione. Il vento (gli abitanti del luogo lo chiamano Volturno), soffiando in faccia ai Romani, toglieva a essi la vista spingendo loro gran polvere in pieno viso.
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martedì 15 giugno 2010
Acqua Santa a Monticchio (inedito 1839 )
Giudicar volendone dalle notizie che se ne leggono scritte nella lettera dell’ Abate Tata, e da ciò che ne riferiscono quei terrazzani, altra volta, l’acqua Santa esser dovette una termale idro-solfurea di cui facesi gran caso per la guarigione delle malattie cutanee. Quando l'abbiamo osservata noi non ci abbiamo riconosciuto altro che un acidola ferruginosa fresca simile affatto all’acqua del vallone dell’Arena presso Rionero. Essa scaturisce da una grotticella scavata in un masso di lava decomposta friabile. Sgorgano intorno ad essa altri rigagnoli di acqua affatto potabile; nessuno de’ quali presenta ombra di qualità termale o idro-sulfurea. Tutti quei sassi sono rivestiti della solita ocra ferruginosa, che più copiosa diventa prolungandosi il cammino verso l’ acqua rossa ed il varco della creta, che sempre più a tramontana spingendosi riesce sul ponte della pietra dell’ olio sull’ Ofanto. Presso l’ acqua santa, a testimonio delle antiche sue medicinali qualità trovasi per terra una mezza lapide di cui credemmo dover trascrivere le parole per involarle dalla oblivione che al facile deperimento di quel resto di sasso sovrasta. Comunque manchi di millesimo, tuttavia per la forma delle lettere e per la ruvidezza del dettato potrebbesi far risalire a più secoli di antichità:
A pie del marmo ve l’ acqua vicina
CocHE del male mi sano S’ CARlo
Co opra muta che loquace parla
Lavacro se mi fu mi fu pescina
Quei sentieri sono tuttora frequentati dai viandanti di Monteverde, Andretta, Calitri ed altri de’ paesi messi sull’ opposta sponda dell Ofanto che varcandolo al ponte dell’ Olio recansi a Rionero ad Atella e negli altri luoghi posti al di qua del fiume.
Da: Atti della Reale Accademia delle Scienze. Sezione Società Reale Borbonica Stampato 1845. Scritto nel 1835
sabato 12 giugno 2010
Tracce del Barone Rotondo

N° 2515 ) Decreto col quale si concede il titolo di Barone al cav. D. Nicola Rotondo del comune di Rionero
Napoli, 10 Settembre 1855
FERDINANDO II per la grazia di dio re del regno delle DUE SICILIE, DI GERUSALEMME ECC, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ec. ec. Gran principe ereditario di Toscana ec. ec. ec.
Volendo benignamente accogliere le suppliche umiliate al nostro real Trono dal cav. D. Nicola Rotondo di Rionero in Basilicata e dargli un contrassegno della nostra sovrana benevolenza, tanto pel costante attaccamento serbatoci, che per le varie opere da lui fatte in sollievo degli infelici nelle diverse occorrenze di pubblica calamità; Sulla proposizione del nostro Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de’ Ministri:
Udito il nostro Consiglio ordinario di Stato;
Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.
Art. 1. Concediamo al cav. D. Nicola Rotondo di Rionero in Basilicata il titolo di Barone, trasmessibile in perpetuo e con ordine di primogenitura a’ discendenti legittimi e naturali di lui e nella linea collaterale fino al quarto grado secondo le leggi del Regno.
2. Questo titolo, nel caso che il cennato cavaliere trapassasse senza discendenti, sarà trasmessibile nello stesso modo, e con le stesse indicate regole di successione al di lui germano D. Eustachio Rotondo, tenente colonnello, presidente del primo Consiglio di guerra e governatore del reale Albergo de’ poveri.
3 Il nostro Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de Ministri è incaricato della esecuzione del presente decreto.
Il Ministro Segretario di Stato
Presidente del Consiglio de Ministri
Firmato, Ferdinando Troja
Tratto da : COLLEZIONE DELLE LEGGI E DE’ DECRETI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE
Anno 1855 semestre II da Luglio a Tutto Dicembre
ps La famiglia del Barone Rotondo si trasferì a Mola e a Spinazzola
giovedì 10 giugno 2010
RIONERO 1843
Tratto da: ATTI DELLA REALE ACCADEMIA SELLE SCIENZE SEZIONE DELLA SOCIETÀ REALE BORBONICA VOLUME V Parte
NAPOLI NELLA STAMPERIA REALE 1843
giovedì 3 giugno 2010
U' Vucal ( il Boccale )
Mentre nella campagne per trasportare e per bere il vino, veniva utilizzato, il classico fiasco in legno di rovere o di castagno, nelle case, invece, mentre il posto del cicino per l'acqua era sotto il tavolo, sopra lo stesso, all'ora del desinare, al centro dell'attenzione di tutti faceva bella figura il boccale ricolmo di vino. Le sue dimensioni, determinavano, da un lato il numero dei commensali, dall'altro la ricchezza della famiglia
domenica 23 maggio 2010
La Maronn' r' La Vrarj'

La Madonna della Laudata
A pochi chilometri da Rionero, sulla strada che porta alla stazione di Forenza, si trova la Cappella della Madonna della Laudata, in dialetto rionerese “La Maronn’ r’ la Vrarj”.
Come ogni anno, negli ultimi giorni di Maggio, la Madonna viene venerata, viene celebrata la Santa Messa e, all'esterno della chiesetta si vendono le noccioline.
Una volta, in quei giorni, da Rionero partiva il pellegrinaggio verso la Chiesetta. Si formava una lunga fila di pellegrini che a piedi, attraversando le zone di Funtana Matroppl’, U’ Lag’ ru ‘ Pisc’, costeggiando anche la Pret’ ru’ u Pisc’, arrivava al piccolo Santuario per venerare la Madonnina.
Ma prima di entrare, era( ed è) consuetudine fare tre giri intorno la Chiesetta in senso antiorario e far suonare ad ogni passaggio la piccola campanella posta sull’ingresso della Cappella.
Dopodiché si può entrare nella chiesetta e pregare, pochi
per volta in quanto la chiesetta è molto piccola.
Molta gente portava con se anche una piccola colazione da gustare ( dopo aver pregato ) all’ombra del Grande Albero della Madonna…Albero misterioso che, a quanto pare e secondo alcune leggende, non vuole che nessuno salga su di esso per potarlo.
Altrettanto misteriosi sono i “capelli” della Madonna, ( fili di erba di colore bianco) che crescono solo nel periodo di venerazione della Vergine sopra la collinetta antistante la Cappella. Infatti, i pellegrini al loro ritorno, si fermano a raccogliere i “capelli” per portarli nelle loro case in segno di buon
auspicio
. venerdì 14 maggio 2010
R’ pan e u’ Forn’

Il procedimento era un po’ lungo e laborioso.
La rionerese iniziava dalla sera prima il procedimento per impastare il pane.
‘Ndò ù ‘mbastapan cerniv’ la farina, faceva un mucchietto alto, poi con le mani lo allargava e ci metteva i 'catapan’ cotti e tritati miscelati con acqua calda.
poi vi aggiungeva ù cr’scent’ (lievito) e iniziava ad impastare. Impastava con le mani..anzi con i pugni…in casa si sentiva quel cick, ciock che i pugni procuravano al contatto con la pasta.
Dopo l’impasto, copriva la pasta con coperte in modo da tenerla calda durante la lievitazione.
La mattina dopo di buon ora, dopo la lievitazione, si sc’canava...si tagliava la pasta e si preparavano le panelle, e la pasta per fare i 'cucoli' oppure i 'cucculecchj frett’. Da parte si cuocevano i pomodori per condire i 'cucoli.
Su ogni panella si faceva un croce con il coltello e si metteva il segno per riconoscere il pane dopo la cottura. I segni erano: una noce o le iniziali del nome
Fatto questo e ricoperti per bene le panelle si partiva per il forno..Ricordo che dal rione San Francesco, le donne caricavano il tutto su un cariola.
Arrivate al forno, mettevano le panelle sulle tavole e nell’attesa che arrivasse la fornaia, (la quale già di buon mattino aveva acceso il forno) si stendeva la pasta per i cucoli.
Poi un attimo di pausa in attesa che la signora furnara arrivasse per ' imburnare' prima i 'cucoli e poi le panelle.domenica 2 maggio 2010
I Ciao 'Nè.
Parliamo di chi erano: (oggi le cose sono un pò cambiate)
I Ciao 'Nè erano gli emigranti e figli di emigranti, rioneresi, che durante le ferie di Agosto ritornavano per un mese nella loro città Natale.
Infatti, come un miracolo, nei primi giorni di Agosto nelle strade e nei vicoli di Rionero si potevano notare delle nuove auto targate nella maggior parte Va, Mi, To... ogni tanto qualche targa Ts o Fi.
Molte erano le auto con lo stemma posteriore ovale con le sigle F, D o CH. Macchine nuove, lucide, pulite e ben messe, tipiche erano le auto con i cuscini foderati sui sedili o, pupazetti o cagnolini che muoveano le testoline ad ogni movimento. Magari erano anche auto di ultima generazione appena uscite dalla catena di montaggio di Mirafiori. Insomma, il nostro concittadino emigrante tornava al paese d' origine per trascorrere almeno un mese con genitori, amici e parenti. Dopo alcuni giorni dal loro arrivo, iniziava la piccola processione per andare a trovare i parenti, sempre nel primo pomeriggio e con la calura estiva. Accompagnati da un gentore, dalle mogli e dai figli, questi ultimi sempre con l'aria scocciata.
Portavano con loro ondate di novità...raccontavano delle città in cui vivevano, dei servizi che esse offrivano, dei grandi supermercati, dei grandi negozi di abbigliamento ( mostravano sempre l'ultimo acquisto fatto in quei negozi), dei tram, della metropolitana, del traffico, delle scuole, delle università...mah... e noi con la bocca aperta ascoltavamo tutto questo. Colpiva molto il loro linguaggio, parlavano un italiano dialettizzato, (o dialetto italianizzato) ad esempio:
Siamo andati al negozio e abbiamo Accattato un vestito; oppure: quando costano qua le Pumbrore? e i Catapani? ( vero Zio 'Chilino?).
Parlavano molto delle fabbriche, della grande Fabbrica Fiat. Ma non entravano mai nel dettaglio del loro lavoro, alla domanda: ma tu... che faj 'ndò la fabbrc' ? La risposta era molto evasiva. Di rado raccontavano della catena di montaggio e dei turni di lavoro.
Forse ( almeno credo ) sotto sotto pensavano: stacit' meglj vui qua...
Ma tutto sommato, il loro arrivo era una grande festa ma con la fine di Agosto come d'incanto, quelle auto e quei figli di Rionero svanivano nel nulla. Ritornavano nella grandi città, nelle grandi fabbriche, però portavano sempre con loro un pacco preparato dai loro genitori con dentro, fagioli, peperoni secchi, formaggio pecorino, salsiccia, origano, aglio, cipolle, salsa, vino, uova...e anche un bidone di olio di oliva.
Tutto questo i grandi supermercati non potevano offrirlo...non potevano offrire i SAPORI RIONERESI.