
Auguri di uno splendido anno 2012
Ecco perchè il monte Vulture si chiama così:
Lo studio sull'etimologia della parola Monte Vulture, fu condotto nel 1778 da un certo abate Tata, il quale sostenne che gli Etiopi furono stati i primi abitatori dell'Italia e, perciò ricorrendo alla lingua Etiopica nella quale «ult vult volt » significa luogo di difesa ed «Ur » fuoco, suppose che il monte fu chiamato Vultur, quale luogo o monte difeso da ogni banda dal fuoco.
Fuoco, in quanto i popoli etiopi vedevano dei fuochi nel monte, forse rimanenza dell'attività vulcanica del Vuture.
Oppure, sempre secondo l'abate Tata, l' Etimologia del Vulture, deriva anche alla lingua Arabica in cui Vultur significa Pater Tauri, la quale indica non solo gran monte ma anche acceso o ardente monte; dalla qual sorta di monte fu la nostra Penisola detta già Vutelia e poi Etalia ed Italia. (Abate Tata)
...E' doloroso doverlo ripetere, ma bisogna ripeterlo alto, senza riguardi e senza rispetti: nessun Governo, dal 1860 in poi, ha avuto mai piena coscienza dei doveri, verso l'Italia Meridionale, dello Stato educatore, perchè nessun Governo si è messo mai, nonché a studiare, a conoscere con affetto, con sollecitudine, le condizioni politiche di quelle popolazioni: nessuno, e meno di tutti i ministri meridionali forse, come io credo, perchè la pace e la riparazione il Mezzogiorno non le può interamente aspettare dà suoi. Se così fosse stato, se tutti avessimo saputo e sentito quello che è il problema del Mezzogiorno, non saremmo ora qui a tacciare d'impotenza, come fa la maggioranza delle Giunta parlamentare, tutta quanta la nostra legislazione, che pure è tra le migliori che abbia il mondo civile, e a dar prova, solennissima prova-mi si perdoni-d'ingenuità: quella di credere che un nuovo ingranaggio, e quale ingranaggio!, nella già pesante, grave macchina dello Stato italiano, e un'altra delle tante inutili, dispendiose cariche ornamentali delle quali non è penuria nei nostri ordinamenti amministrativi, possano, in uno, in due anni al più, rifar dalle fondamenta un edifizio che crolla …
Giustino Fortunato, 3 Luglio 1896 alla Camera dei Deputati nella discussione generale del disegno di legge sul Commissariato civile per la Sicilia
Per essere nato anche io a Rionero in Vulture, nel profondo sud, lo stesso paese di Giustino Fortunato, qualche anno dopo di lui (oggi si ricorda il 150 anniversario della sua nascita 1848)dovrei avere un qualche ricordo, sia pur vago di quel singolare personaggio:parlamentare,politico,uomo di cultura, appassionato studioso del mezzogiorno.
Purtroppo il primissimo connesso alla figura di G. Fortunato non è affatto vago. E' preciso, ma sgradevole,imbarazzante per me, a faticosi ripensamenti. Niente di drammatico,per carità. Si tratta solo di questo.
Siamo negli ultimi anni del fascismo: sarà il 1939, sarà il 1940. Siamo nella piazza del paese. Non stiamo pensando a don Giustino ( che eramorto a Napoli , nel 1932)- Siamo ragazzi, bambini, adolescenti e stiamo giocando a palla, naturalmente trepidando al pensiero della guardia comunale che tra un po' si presenterà implacabile , per cacciarci via, minacciandoci. Quando passa per la piazza, e nella piazza si ferma, un'automobile. E che automobile. Snella, elegantissima, forse persino- se la memoria non inganna- decapottabile. Sarà stata la terza, la quarta macchina che vedevamo in vita nostra. Ne discendono due turisti che si avvicinano e domandano: Ragazzi, cosa c'è da vedere in questo paese?. I ragazzi – bambini adolescenti che eravamo- si fermano, imbarazzati. Ci consultammo. Chiedemmo che venisse ripetuta la domanda: Ma si, non c'è qualche chiesa, qualche monumento, qualche palazzo che valga la pena di una sosta?. Sempre più intimiditi, ci consultammo ancora a bassa voce. Trovammo un accordo. Demmo incarico ad uno di noi ( spero non sia toccato a me) di rispondere. Abbozzammo: Si c'è il campo sportivo, appena fuori del paese. Con un'irritata alzata di spalle , con una sbuffata di fastidio, ed un vistoso sbuffo di fumo da tubo di scappamento dell'automobile, i due delusi turisti si allontanarono.
Ci ho pensato più di una volta negli anni successivi. Cercando di trovare una qualche giustificazione alla nostra cattiva figura.. Alla nostra mancanza di prontezza nel rispondere. Perchè nel mio paese -non fo per dire- qualche bella chiesa decorosamente vecchia , qualche fontana 8 se non è stata ne frattempo distrutta, nell'ansia di modernizzare), qualche bel palazzo spagnolesco ce l'aveva. Ce l'ha.
E noi altri ragazzi-piccoli medi e grandi- stavamo giocando a palla proprio davanti al palazzo di famiglia di don Giustino . Che un suo carattere monumentale ce l'ha. Che ha, anche , al suo interno, un bellissimo giardino. E non ci era venuto in mente! Colpa nostra, mi dico. Così piccoli e già così ignoranti. Poi mi racconto: un po' di colpa devono avercela avuta pure i nostri maestri di scuola. Che diavolo ci insegnavano? Poi, ricordando quanto erano materne e protettive le nostre maestre, quanto erano scontrosi ma affettuosi i nostri temutissimi maestri, mi dico che non è giusto pensarla così.
Del resto, se anche ci fosse venuto in mente di indicare a quei turisti il Palazzo Fortunato come avremmo dovuto presentarlo? Come avremmo dovuto e potuto presentare lui, don Giustino ? Come un antifascista inflessibile, innanzitutto. Era stato lui a capire e a dire per primo, che il Fascismo non era-come pretendeva-una rivoluzione, bensì una rivelazione di quanto c'è di peggio nel nostro temperamento: nazionale e locale. Prima di tutto il facilismo, che Fortunato dal profondo del cuore detestava. Ma i due signori del Nord, così ben vestiti e bene equipaggiati forse erano fascisti anche loro. Difficilmente avrebbero potuto apprezzare la nostra presentazione del personaggio. Avremmo potuto aggiungere che G. Fortunato era un aristocratico signore di famiglia borbonica, ricca di terre. I due turisti, se la pensavano come noi pensavamo, avrebbero commentato: Grazie tante, con tutti quei possedimenti, ci si può anche permettere il lusso di fare dell'antifascismo. Avremmo precisato, allora,che don Giustino non si limitava a possederle, quelle sue terre. Le amava intensamente. Le coltivava assiduamente, investendovi tutta la sua sapienza tecnica di cui lui e suo fratello Ernesto disponevano.
Amava le sue terre, amava la sua terra: il Mezzogiorno. Che usava visitare ed esplorare non in automobile, frettolosamente, ma a piedi: Per 25 anni, nelle Estate, io percorsi tutta l'Italia Meridionale, tutta pedestramente, dal Gran Sasso all'Aspromonte.
La conosceva zolla per zolla la sua terra. La conosceva zolla per zolla, la sua Valle di Vitalba. La conosceva , e non si faceva nessuna illusione. Malgrado il sole, malgrado il mare, non era affatto un'isola felice, come raccontano i viaggiatori romantici. Meno che mai una terra dell'Eden. Meno che mai una propaggine fortunata della Magna Grecia. Altro che Magna Grecia diceva. La famigerata Magna Grecia non visse più di 25 anni e non lascio di sé se non la colonna di Metaponto e i templi di Pesto.
Il Mezzogiorno ripeteva, è uno sfasciume geologico, pendulo fra due mari. Questo pessimismo, riversato poi in vari scritti...questo pessimismo stoico lo poneva in contrasto con Benedetto Croce, suo amico di una vita. Che per essere coerente idealista non credeva in nessun tipo di determinismo. Meno che mai nel determinismo agronomico di Fortunato:fatto di snetiri percorsi, di torrenti attraversati, di zolle sgretolate con le mani ed analizzate davvicino: che cosa ci si può piantare? Che reddito possono dare?
Quando Benedetto Croce gli diceva: Non ho conosciuto altri più negato di voi all'astrazione, egli per lettera agli amici commentava Io,lo giuro, ne godei.
Pessimista e quindi rinunciatario? No, tutt'altro. Pessimista e quindi nient'affatto rinunciatario.
Le cose che si potevano fare bisognava farle. E diede una buona mano a farle, nella sua carriera di parlamentare: paziente e operosa, come il lavoro di un contadino.
A proposito. Da parlamentare aveva diritto al permanente, a viaggiare gratis sui treni. Si racconta in paese che lui quel permanente usava infilarlo nella tesa del cappello, bene in vista.Una volta salito in treno tirava fuori dalla tasca il biglietto, che si era comprato con i suoi soldi. Non sono uno approfitta della sua posizione.
Mi vedo nuovamente davanti i 2 turisti che si fermarono nella piazza del paese quel giorno. So quel che direbbero: E certo,quando si è così benestanti , ci si può permettere anche di questi gesti. Noi abbiamo avuto modo di conoscere e di vedere nel frattempo tante persone assai più benestanti di G. Fortunato che non si accontentano mai di niente. Quando hanno, dallo Stato o dalla sorte, un qualche privilegio, pensano subito a moltiplicarlo. Per cento, per duecento, per mille. Niente a che vedere con il pessimismo operoso, studioso, dignitosissimo di don Giustino.
Di Beniamino Placido
su gentile richiesta del sig. Mario Faggella professore di mio fratello Nicolino
...però a Rionero c'è aria fina: questo è indubitabile.
D'Autunno poi, uscire di casa alle cinque del mattino e prendere a boccate piene quel frizzantino che apre i polmoni e spalanca il cuore a pensieri sereni, è una gioia che bisogna provare.
Certo, l'uomo pigro non può conoscere taluni doni schietti della Provvidenza! A Rionero, tra la fine di Ottobre ed i primi di Novembre, colui che è fiacco o chi poltrisce a letto non può accompagnarsi, all'alba, alle contadinelle che, cantando, vanno lontano nei campi con sporte e con scale a raccogliere le ultime castagne o le prime ulive della stagione.
E c'è da ridere a seguirle ed a sentire i loro canti.
Sono canzoni ferocemente allusive: bollano a morte, con versi ispirati al Genio inesorabile di una spietata Musa popolare, la ragazza che, per sposarsi, è fuggita di casa col fidanzato, contro il parere dei genitori gelosi i quali ora han perduto la faccia. Oppure sono tiritere che consegnano alla derisione delle generazioni la fanciulla “per bene” che è andata sposa incinta, dopo le minacce a mano armata rivolte, e non una volta sola, dai parenti di lei all'innamorato prima ardente, poi piuttosto tiepido ed ora, dopo il fattaccio, addirittura riottoso.
Esse urlano nell'ultima tenebra il ritornello di fuoco che ormai conoscono pure i sassi sulla strada:
...Trapenarella mia, l'hai fatta la fesseria...
Uh!...Trapenarella, cumm' t'hai fatt'...trapenià!...
E poi sghignazzano con sguaiataggine,come sanno fare loro....
AGOSTO 2011
FESTEGGIAMENTI IN ONORE di
Protettrice della CITTA' DI RIONERO IN VULTURE
![]() Rionero in Vulture 29 luglio - 28 agosto 2011 Programma c/o il sito del comune di Rionero http://www.comune.rioneroinvulture.pz.it |