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venerdì 24 dicembre 2010
martedì 14 dicembre 2010
sabato 4 dicembre 2010
Che fantasia...rionerese
(foto scattata vicino la stazione ferroviaria di Rionero)

domenica 28 novembre 2010
Lu' attarul'

Lu' attarul' era un buco ricavato sulla porta delle cantine.
Serviva a far entrare ed uscire comodamente il gatto per dare la caccia ai topi.

domenica 21 novembre 2010
Dopo un'anno di lavoro...l'olio di Rionero
martedì 9 novembre 2010
lunedì 1 novembre 2010
Quando l'amore non ha età...anche a Rionero!
Montagne verdi
sabato 30 ottobre 2010
mercoledì 27 ottobre 2010
sabato 16 ottobre 2010
martedì 12 ottobre 2010
Briganti
lunedì 4 ottobre 2010
Etimologia della parola Cafone
Ma da dove deriva questa parola?
”Cafone” è parola del dialetto campano, che per alcuni deriverebbe da “c’a fune”: con la fune. Intorno al 1400, tra il basso Lazio e la Campania (tra Frosinone a Caserta), i contadini si recavano alle fiere di paese portando in spalla delle funi, con cui si portavano a casa gli animali (vacche, pecore, ecc.) che compravano.
Secondo altri studiosi, la fune avrebbe avuto un altro scopo: arrivando a Napoli dalla campagna, la mattina presto, il contadino trovava le porte della città (Porta Capuana e Porta Nolana) ancora chiuse: la fune gli serviva per superarle, ed entrare in città. Una teoria sciocca, oltre che falsa: il contadino veniva in città per vendervi i suoi prodotti (frutta, verdura, ecc.). Ve lo immaginate a scavalcare la cinta muraria con tutta questa roba?
venerdì 1 ottobre 2010
Via Roma e Stazione Ferroviaria
mercoledì 29 settembre 2010
Particolare Palazzo G. Fortunato
lunedì 20 settembre 2010
domenica 19 settembre 2010
Corografia dell’Italia 1834
RIONERO borgo del regno delle due sicilie prov. di Basilicata dist. Melfi capoluogo di cantone. Uno dei migliori luoghi di quella provincia per i comodi della vita. Vi sono alberghi, caffè, sorbetterie, pasticcerie, una chioesa collegiata due altre parrocchiali e circa 9.000 abitanti attivi ed industriosi, i quali, oltre all’esteso commercio ed agricoltura, esercitano in grande la pastorizia. Vi sono fabbriche di scatole di acero e di altri legni per tabacco che soffrono il paragone con quelle di Lecce. I dintorni producono cereali, e pregiati vini ed olii: i vicini colli di castagneti e di quercie per l’ingrasso dei maiali. Sta a 5 miglia ad ostro da Melfi e 19 a maestro da Potenza.
Corografia dell’Italia 1834
domenica 12 settembre 2010
I francesi vengono forzati a capitolare ad Atella da parte di Ferdinando II 1495 (Di Jean-Charles-Léonard Simonde Sismondi)
mercoledì 8 settembre 2010
Antica Sartoria in via Umberto I a Rionero
lunedì 6 settembre 2010
Sentenza definitiva Corte Suprema di Giustizia di Napoli ( 1833 ) sul ricorso dei Sigg. Catenacci e delle Sante sulla donazione del sig. Tartarisco
1. DONAZIONE CAPPELLA LEGGE CONTRÀ L’ AMMORTIZZAZIONE 2 .NOMINA DEL SACERDOTE PER LA CELEBBAZ1ONE DI MESSE DIRITTO PASSIVO EI PROPRIA PERSONA 3. DIVISIONE DI BENI
1. È valida ed efficace la donazione dei beni alla cappella costruita in una chiesa fatta per di lei dote e fondo prima della legge del 1769 contra l’ ammortizzazione 2. La disposizione aggiuntavi dal donante che il dippiù della rendita dei beni donati si addica in perpetuo a celebrazione di messe preferendo i sacerdoti della sua discendenza, costituisce a favore di costoro un diritto passivo ex propria persona. 3 Ed esistendo il sacerdote che ha questo diritto non possono dividersi i beni donati. (S.C.N. 18 luglio 1833 Catenacci e delle Sante Pres. Cav. de Blasio – Rel. Brundesini - PM cav. Letizia - Avv. D. Agostino Santamaria de’ ricorr e D Giovanni de Simone de resist.- RIGETTO)
La C.S .di giustizia
l Sulla prima quistione. Attesoché D. Francesco Tartarisco coll’atto autentico de 22 ottobre 1699 donò irrevocabilmente tra vivi alla cappella da esso prima costruita nella chiesa matrice di Rionero alcuni beni immobili per dote e fondo della medesima. Dispose nell’istesso tempo che dalla rendita di quei beni si prelevassero annui ducali 4 per l'acquisto e manutenzione de sacri arredi. Solo il dippiù gravò del peso perpetuo di messe a grana 15 l’ una in suffragio dell’ anima sua e de suoi antenati e posteri. Attesochè perciò tal disposizione contiene due parti distinte che non possono confondersi, cioè la prima, un assoluta donazione di beni alla cappella e la seconda l’ uso da farsi della loro rendita. Attesochè la donazione trovandosi stipulata nel 1699 è anteriore alla legge pubblicata nel 1769 contra l’ammortizzazione. Quindi è valida ed incontrastabile poiché prima di questa seconda epoca l acquisto de beni a favore della chiesa non era vietato.
2 Sulla seconda. Attesoché il donante impose sul dippiù della rendila dei beni donati il successivo peso perpetuo di messe che certamente dovevano celebrarsi da sacerdoti che sono i soli cercati a quel Divino sacrifìzio giusta i sacri canoni. Ma esso volle nominare e prescegliere in preferenza quelli che, discendevano dalla sua persona per linea aguatizia, o, in difetto di questa per quella di cognazione. Nel solo caso, che non esistesse dopo la sua morte verun sacerdote né dell’ una né dell’altra linea, dispose che il suo con congiunto più prossimo in grado scegliesse altro prete fino a che non pervenisse al sacerdozio qualcuno di una delle sue linee e che in mancanza di tutto l’ elezione dovea farsi dal Sindaco prò tempore. Attesoché da ciò risulta evidentemente che il donante prescelse i sacerdoti della sua discendenza. Con esso conferì loro un diritto passivo ex propria persona per la celebrazione delle messe.
3 Sulla terza. Attesoché il sacerdote de Santi discende dalla persona del donante per la linea cognati zia, per cui in difetto della linea maschile è preferito ad ogni altro sacerdote. In conseguenza i beni donati non possono dividersi in pregiudizio del diritto passivò di cui è esso investito ex propria persona per la celebrazione delle messe. Quindi bene la GC civ colle impugnate decisioni ha esclusa la divisione di quei beni. Attesoché la legge applicabile a questo caso particolare è il Real rescritto de 4 agosto 1798 poiché coll. art 2 del medesimo rispettandosi la volonta’ de fondatóri ed il diritto che i sacerdoti da essi prescelti direttamente avevano acquistato ex propria persona si stabilì la regola che ove il legato pio. o cappellania laicale sia dell’ epoca anteriore alla legge del 1769 contraria all’ ammortizzazione, i beni non potevano distraersi né dividersi ma dovea il cappellano ritenerli col peso delle messe e delle altre opere prescritte. Attesoché nella specie i beni come si è gia’ osservato trovansi donati legittimamente alla cappella per sua dote e pel solo dippiù della rendita è addeito il peso perpetuo delle messe che il sacerdote de Santis ha ex propria persona il diritto di celebrare. Quindi è fuori del caso il discendere ora all’ esame se i decreti pubblicati in tempo dell’ occupazione militare su i padronati ai quali i ricorrenti signori Catenacci si attengono siano stati o no aboliti col posteriore decreto de 20 luglio 1818. Per questi motivi la CS rigetta il ricorso. Luglio 1833.
giovedì 2 settembre 2010
Lago PESOLE
sabato 31 luglio 2010
Rionero anno 1316
Vescovi Rapollani distintisi nel tempo
1316 Bernardo de Palma. Già canonico di Ascoli fu uno degli esecutori del testamento di Carlo II d’ Angiò. Egli era era intimo pure del re Roberto. In un diploma con cui fu concessa l’ esenzione dai pesi fiscali per un decennio a tutti che si fossero trasferiti a popolare Rionero paesello allora presso alla chiesa di S’ Antonio ( chiesa che un tempo si apparteneva ai benedettini di Monticchio) egli viene delle espressioni lusinghieri di dilectum consiliarium et famliarem nostrum . Vi è ragion da credere che ad influenza di questo prelato Rapolla forniva al re Roberto otto soldati a cavallo ben montati quanti ne davano Ascoli e le altre popolose città di Puglia ad oggetto di arginare Lodovico di Baviera che innoltravasi avverso al pontefice Giovanni XXII
ricerca personale
sabato 17 luglio 2010
Serro San Francesco Rionero
Sul colle detto Serro di s Francesco all' oriente di Rionero ed a piccola distauza da quel comune, si osservano gli avanzi di auliche fabbriche e non scarsi rottami. Quivi si sono scoperti idoli, medaglie di oro e di argento ed altre anticaglie d' importanza, senza che si conosca a quale antica città possano riferirsi . Si veggono ancora sulla loggia del monastero de Cappuccini messo sulla sommità del Vulture alcuni antichi bassorilievi, una testa di serpente di bronzo ed un marmo con mutila iscrizione latina ma s' ignora come e donde siano stati colà trasportali
Deutsches Archäologisches institut - 1832
sabato 10 luglio 2010
San Ippolito Monticchio
Documento anno 1800 ca
venerdì 2 luglio 2010
Quando i Savoia fermarono Cristo ad Eboli…
Parlo della linea ferroviaria che da Napoli porta a Taranto. Linea ferroviaria angusta dove i treni da Eboli in direzione Potenza Taranto viaggiano a passo di lumaca..
Bèh…quella linea ferroviaria il Regno Borbonico la concepì in modo diverso e moderno, addirittura il tracciato prevedeva il doppio binario.
Il Decreto N° 3492 del 30 Settembre 1856,
Decreto col quale si concedeva al Signor Tommaso d'Agiout la facoltà di costruire una ferrovia da Salerno per Eboli a Taranto.
La ferrovia iniziava da Salerno e doveva passare necessariamente per i comuni, o per le rispettive loro vicinanze, di Eboli, Calabritto, S. Andrea , Rionero, Rendine, Spinazzola, Gravina ed Altamura.
La ferrovia nell' intero suo percorso doveva essere a doppio binario.
Secondo le stime, e il capitolato di appalto, la tratta da Salerno ad Eboli doveva entrare in funzione entro il 31 Dicembre del 1857, e la tratta da Eboli a Taranto entro il 01 Gennaio 1861.
Inoltre, la strada ferrata doveva essere interamente fiancheggiata da fossi, muri, siepi, o da altre chiusure atte ad impedirne l’ accesso , secondo i modi usati nelle ferrovie esistenti nel Regno Borbonico.
Particolare attenzione doveva essere fatta nel caso in cui la strada ferrata incontrava chiese ed edifici sacri, monumenti di arte e di antichità, queste non potevano essere occupate o danneggiate in qualunque modo.
La ferrovia fu costruita fino a Eboli, poi arrivarono i Savoia e a Cristo fu impedito di proseguire in Basilicata!
domenica 27 giugno 2010
San Donato di Ripacandida ( 1591 )
Ora essendo il predett’ uomo dì Dio nel fiore della gioventù d'anni 19, piacque al Redentore di dargli l’eterno premio meritato dalle fatiche perché afflitto da grave infermità,doppo aver mostrato una grandissima pazienza e disio di volar al Cielo al fil anima sciolta dal peso terreno ando a viver con Cristo non senza molte lagrime di tutti i Monaci e degli abitatori di quel paese. Ma il Padre, come quello che l’ amava teneramente, andatosène dal Priore ottenne in grazia di portar il corpo del figliuolo a Ripacandida, essendo posto nel cataletto, lo portavano con molta lagrime di ciascuno che lo conosceva al quale tutto il popolo della Petina, e piangendo dicevano: O Donato come ci lasci così sconsolati ed afflitti senza lasciarci un segno della tua amorevolezza. Alle quali parole (o gran bontà di Dio) alzò il braccio destro dal cataletto e lo lascìo dal gombito cader interra il quale fu ricolto con grandissima venerazione e quivi conservato molto tempo. Il rimanente del corpo fu portato a Ripacandida fu quivi sepolto. Il braccio predetto oggi si trova intero con la carne nell’ Auletta terra convicina alle predette nel Convento di San Francesco, ove stanno Frati Conventuali. Un’ unghia, che manca a un dito del detto braccio, in Sicignano. Il corpo oggi si crede che sìa nel Duomo d’ Acervo, altri dicono in Ripacandida, ove celebrano la sua festività il 17 d’ Agosto: altri dicono in Melfi. Alcuni credono che la testa a sìa nella città di Nusco: e questo e quanto di San Donato Monaco di Montevergine s’ha per continuata memoria.
giovedì 24 giugno 2010
Lettere ai briganti
Lettere trovate su due cadaveri di briganti
…. Questa è di una donna di Ripacandida a suo marito
Carissimo marito. Io mi son rallegrata che voi vi troviate bene in salute e che Dio vi abbia liberato da ogni disgrazia.. Io prego a tutti i momenti Dio di liberarti ma intanto si dice pubblicamente a Ripacandida, che voi siete stato coraggioso per la patria e che il Signore vi accompagnò sino alla fine di riportare la vostra vittoria. D’ una sola cosa io mi sento molto dispiacere,, perchè tutti i Ripacandidesi hanno riportate delle ricchezze alle loro famiglie: io piangendo e lacrimando dicevo:perchè il marito mio non si ricorda di me? Povera donna, io non ho mai fortuna. E dicevo fra me stessa: mio marito aveva un cuore largo, perchè mostra adesso un cuore di macigno? Io vi prego al più presto di levarmi la mia miseria .Vi salutano carissimamente i miei fratelli, e dicono che vonno un ricordo: regalate un fucile a ognuno acciocchè si ricordino del vostro buon cuore e il fucile che avete mandato io non l ho ricevuto. Vi abbraccio caramente.
Scritta da me Michele Guglielmucci e a me pure mandatemi qualche piccolo fucile.
Vostra affezionatissima moglie
Teresa Sairua
o
Teresa Sairna
Il cognome non è leggibile
Ricerca personale
domenica 20 giugno 2010
LA BATTAGLIA DI CANNE E IL MONTE VULTURE
Anche il Monte Vulture ebbe un ruolo importante in quella battaglia, o meglio, il vento che quel giorno soffiò da esso fu determinante nella sconfitta dei romani da parte di Annibale.Ecco cosa dicono le cronache di allora e che testimoniano di quel vento impetuso;
Tito Livio in Ab urbe condita:
XXII,43] Prope eum vicum [Cannas] Hannibal castra posuerat aversa a Volturno vento, qui campis torridis siccitate nubes pulveris vehit. Id cum ipsis castris percommodum fuit, tum salutare praecipue futurum erat cum aciem dirigerent, ipsi aversi terga tantum adflante vento in occaecatum pulvere offuso hostem pugnaturi.
Presso questo borgo aveva Annibale posto il campo, con le spalle al vento Volturno che in quelle campagne arse dalla siccità porta nubi di polvere. E tale disposizione, buona per gli alloggiamenti, doveva essere sommamente propizia quando si sarebbero schierati a battaglia, giacché così, soffiando il vento soltanto da tergo, avrebbero combattuto rivolti alla parte opposta contro il nemico accecato dalla polvere.
[XXII,46] Sol seu de industria ita locatis seu quod forte ita stetere peropportune utrique parti obliquus erat Romanis in meridiem, Poenis in septentrionem versis; ventus -Volturnum regionis incolae vocant - adversus Romanis coortus multo pulvere in ipsa ora volvendo prospectum ademit.
Il sole, o perché si fossero così disposti di deliberato proposito o fosse caso, batteva l’una e l'altra parte, molto opportunamente, di fianco, essendo i Romani vòlti a mezzogiorno, i Pùnici verso settentrione. Il vento (gli abitanti del luogo lo chiamano Volturno), soffiando in faccia ai Romani, toglieva a essi la vista spingendo loro gran polvere in pieno viso.
Ricerca personale
martedì 15 giugno 2010
Acqua Santa a Monticchio (inedito 1839 )
Giudicar volendone dalle notizie che se ne leggono scritte nella lettera dell’ Abate Tata, e da ciò che ne riferiscono quei terrazzani, altra volta, l’acqua Santa esser dovette una termale idro-solfurea di cui facesi gran caso per la guarigione delle malattie cutanee. Quando l'abbiamo osservata noi non ci abbiamo riconosciuto altro che un acidola ferruginosa fresca simile affatto all’acqua del vallone dell’Arena presso Rionero. Essa scaturisce da una grotticella scavata in un masso di lava decomposta friabile. Sgorgano intorno ad essa altri rigagnoli di acqua affatto potabile; nessuno de’ quali presenta ombra di qualità termale o idro-sulfurea. Tutti quei sassi sono rivestiti della solita ocra ferruginosa, che più copiosa diventa prolungandosi il cammino verso l’ acqua rossa ed il varco della creta, che sempre più a tramontana spingendosi riesce sul ponte della pietra dell’ olio sull’ Ofanto. Presso l’ acqua santa, a testimonio delle antiche sue medicinali qualità trovasi per terra una mezza lapide di cui credemmo dover trascrivere le parole per involarle dalla oblivione che al facile deperimento di quel resto di sasso sovrasta. Comunque manchi di millesimo, tuttavia per la forma delle lettere e per la ruvidezza del dettato potrebbesi far risalire a più secoli di antichità:
A pie del marmo ve l’ acqua vicina
CocHE del male mi sano S’ CARlo
Co opra muta che loquace parla
Lavacro se mi fu mi fu pescina
Quei sentieri sono tuttora frequentati dai viandanti di Monteverde, Andretta, Calitri ed altri de’ paesi messi sull’ opposta sponda dell Ofanto che varcandolo al ponte dell’ Olio recansi a Rionero ad Atella e negli altri luoghi posti al di qua del fiume.
Da: Atti della Reale Accademia delle Scienze. Sezione Società Reale Borbonica Stampato 1845. Scritto nel 1835
sabato 12 giugno 2010
Tracce del Barone Rotondo

N° 2515 ) Decreto col quale si concede il titolo di Barone al cav. D. Nicola Rotondo del comune di Rionero
Napoli, 10 Settembre 1855
FERDINANDO II per la grazia di dio re del regno delle DUE SICILIE, DI GERUSALEMME ECC, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ec. ec. Gran principe ereditario di Toscana ec. ec. ec.
Volendo benignamente accogliere le suppliche umiliate al nostro real Trono dal cav. D. Nicola Rotondo di Rionero in Basilicata e dargli un contrassegno della nostra sovrana benevolenza, tanto pel costante attaccamento serbatoci, che per le varie opere da lui fatte in sollievo degli infelici nelle diverse occorrenze di pubblica calamità; Sulla proposizione del nostro Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de’ Ministri:
Udito il nostro Consiglio ordinario di Stato;
Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.
Art. 1. Concediamo al cav. D. Nicola Rotondo di Rionero in Basilicata il titolo di Barone, trasmessibile in perpetuo e con ordine di primogenitura a’ discendenti legittimi e naturali di lui e nella linea collaterale fino al quarto grado secondo le leggi del Regno.
2. Questo titolo, nel caso che il cennato cavaliere trapassasse senza discendenti, sarà trasmessibile nello stesso modo, e con le stesse indicate regole di successione al di lui germano D. Eustachio Rotondo, tenente colonnello, presidente del primo Consiglio di guerra e governatore del reale Albergo de’ poveri.
3 Il nostro Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de Ministri è incaricato della esecuzione del presente decreto.
Il Ministro Segretario di Stato
Presidente del Consiglio de Ministri
Firmato, Ferdinando Troja
Tratto da : COLLEZIONE DELLE LEGGI E DE’ DECRETI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE
Anno 1855 semestre II da Luglio a Tutto Dicembre
ps La famiglia del Barone Rotondo si trasferì a Mola e a Spinazzola
giovedì 10 giugno 2010
RIONERO 1843
Tratto da: ATTI DELLA REALE ACCADEMIA SELLE SCIENZE SEZIONE DELLA SOCIETÀ REALE BORBONICA VOLUME V Parte
NAPOLI NELLA STAMPERIA REALE 1843
giovedì 3 giugno 2010
U' Vucal ( il Boccale )
Mentre nella campagne per trasportare e per bere il vino, veniva utilizzato, il classico fiasco in legno di rovere o di castagno, nelle case, invece, mentre il posto del cicino per l'acqua era sotto il tavolo, sopra lo stesso, all'ora del desinare, al centro dell'attenzione di tutti faceva bella figura il boccale ricolmo di vino. Le sue dimensioni, determinavano, da un lato il numero dei commensali, dall'altro la ricchezza della famiglia
domenica 23 maggio 2010
La Maronn' r' La Vrarj'

La Madonna della Laudata
A pochi chilometri da Rionero, sulla strada che porta alla stazione di Forenza, si trova la Cappella della Madonna della Laudata, in dialetto rionerese “La Maronn’ r’ la Vrarj”.
Come ogni anno, negli ultimi giorni di Maggio, la Madonna viene venerata, viene celebrata la Santa Messa e, all'esterno della chiesetta si vendono le noccioline.
Una volta, in quei giorni, da Rionero partiva il pellegrinaggio verso la Chiesetta. Si formava una lunga fila di pellegrini che a piedi, attraversando le zone di Funtana Matroppl’, U’ Lag’ ru ‘ Pisc’, costeggiando anche la Pret’ ru’ u Pisc’, arrivava al piccolo Santuario per venerare la Madonnina.
Ma prima di entrare, era( ed è) consuetudine fare tre giri intorno la Chiesetta in senso antiorario e far suonare ad ogni passaggio la piccola campanella posta sull’ingresso della Cappella.
Dopodiché si può entrare nella chiesetta e pregare, pochi per volta in quanto la chiesetta è molto piccola.
Molta gente portava con se anche una piccola colazione da gustare ( dopo aver pregato ) all’ombra del Grande Albero della Madonna…Albero misterioso che, a quanto pare e secondo alcune leggende, non vuole che nessuno salga su di esso per potarlo.
Altrettanto misteriosi sono i “capelli” della Madonna, ( fili di erba di colore bianco) che crescono solo nel periodo di venerazione della Vergine sopra la collinetta antistante la Cappella. Infatti, i pellegrini al loro ritorno, si fermano a raccogliere i “capelli” per portarli nelle loro case in segno di buon


venerdì 14 maggio 2010
R’ pan e u’ Forn’

Il procedimento era un po’ lungo e laborioso.
La rionerese iniziava dalla sera prima il procedimento per impastare il pane.
‘Ndò ù ‘mbastapan cerniv’ la farina, faceva un mucchietto alto, poi con le mani lo allargava e ci metteva i 'catapan’ cotti e tritati miscelati con acqua calda.
poi vi aggiungeva ù cr’scent’ (lievito) e iniziava ad impastare. Impastava con le mani..anzi con i pugni…in casa si sentiva quel cick, ciock che i pugni procuravano al contatto con la pasta.
Dopo l’impasto, copriva la pasta con coperte in modo da tenerla calda durante la lievitazione.
La mattina dopo di buon ora, dopo la lievitazione, si sc’canava...si tagliava la pasta e si preparavano le panelle, e la pasta per fare i 'cucoli' oppure i 'cucculecchj frett’. Da parte si cuocevano i pomodori per condire i 'cucoli.
Su ogni panella si faceva un croce con il coltello e si metteva il segno per riconoscere il pane dopo la cottura. I segni erano: una noce o le iniziali del nome
Fatto questo e ricoperti per bene le panelle si partiva per il forno..Ricordo che dal rione San Francesco, le donne caricavano il tutto su un cariola.
Arrivate al forno, mettevano le panelle sulle tavole e nell’attesa che arrivasse la fornaia, (la quale già di buon mattino aveva acceso il forno) si stendeva la pasta per i cucoli.
Poi un attimo di pausa in attesa che la signora furnara arrivasse per ' imburnare' prima i 'cucoli e poi le panelle.domenica 2 maggio 2010
I Ciao 'Nè.
Parliamo di chi erano: (oggi le cose sono un pò cambiate)
I Ciao 'Nè erano gli emigranti e figli di emigranti, rioneresi, che durante le ferie di Agosto ritornavano per un mese nella loro città Natale.
Infatti, come un miracolo, nei primi giorni di Agosto nelle strade e nei vicoli di Rionero si potevano notare delle nuove auto targate nella maggior parte Va, Mi, To... ogni tanto qualche targa Ts o Fi.
Molte erano le auto con lo stemma posteriore ovale con le sigle F, D o CH. Macchine nuove, lucide, pulite e ben messe, tipiche erano le auto con i cuscini foderati sui sedili o, pupazetti o cagnolini che muoveano le testoline ad ogni movimento. Magari erano anche auto di ultima generazione appena uscite dalla catena di montaggio di Mirafiori. Insomma, il nostro concittadino emigrante tornava al paese d' origine per trascorrere almeno un mese con genitori, amici e parenti. Dopo alcuni giorni dal loro arrivo, iniziava la piccola processione per andare a trovare i parenti, sempre nel primo pomeriggio e con la calura estiva. Accompagnati da un gentore, dalle mogli e dai figli, questi ultimi sempre con l'aria scocciata.
Portavano con loro ondate di novità...raccontavano delle città in cui vivevano, dei servizi che esse offrivano, dei grandi supermercati, dei grandi negozi di abbigliamento ( mostravano sempre l'ultimo acquisto fatto in quei negozi), dei tram, della metropolitana, del traffico, delle scuole, delle università...mah... e noi con la bocca aperta ascoltavamo tutto questo. Colpiva molto il loro linguaggio, parlavano un italiano dialettizzato, (o dialetto italianizzato) ad esempio:
Siamo andati al negozio e abbiamo Accattato un vestito; oppure: quando costano qua le Pumbrore? e i Catapani? ( vero Zio 'Chilino?).
Parlavano molto delle fabbriche, della grande Fabbrica Fiat. Ma non entravano mai nel dettaglio del loro lavoro, alla domanda: ma tu... che faj 'ndò la fabbrc' ? La risposta era molto evasiva. Di rado raccontavano della catena di montaggio e dei turni di lavoro.
Forse ( almeno credo ) sotto sotto pensavano: stacit' meglj vui qua...
Ma tutto sommato, il loro arrivo era una grande festa ma con la fine di Agosto come d'incanto, quelle auto e quei figli di Rionero svanivano nel nulla. Ritornavano nella grandi città, nelle grandi fabbriche, però portavano sempre con loro un pacco preparato dai loro genitori con dentro, fagioli, peperoni secchi, formaggio pecorino, salsiccia, origano, aglio, cipolle, salsa, vino, uova...e anche un bidone di olio di oliva.
Tutto questo i grandi supermercati non potevano offrirlo...non potevano offrire i SAPORI RIONERESI.
lunedì 26 aprile 2010
Le fontane pubbliche di Rionero
Fontana Grande ( Funtana Grann')
Fontana dei Morti ( Funtan' ri' i Murt', con l'acqua di quest fontana consiglio di preparare il caffè...una vera prelibatezza, provate!!! )
Fontanino alla Stazione;
Fontanino al Potasso;
Fontane rurali
Fontannelle;
Fontana Matroppl;
Fontana Maruggia
Fontana 61;
Fontana alla Torre;
Fontana di Angel' r' Vit';
Fontana dei Lupi;
Fontana Castagno;
Fontana dei Piloni;
Acqua Rossa ( Monticchio Sgarroni);
Funtana Cerasa;
Fontana dei Faggi
mercoledì 14 aprile 2010
Impressioni 2
In Autunno,invece, i vicoletti di Rionero offrono altre caratteristiche.
Tra fine Agosto inizio Settembre in alcuni vicoletti si può notare gente che prepara " la salsa o i pomodori pelati"
Una volta, davanti ad ogni garage o cantina si poteva vedere il tipico fuoco, fatto con "i scarmuzz’ e zepper’" (difatti nelle stradine si diramava un fumo come una nebbiolina) con la "cavrara" sopra "u trappir’ " in cui ribollivano i pomodori per poi macinarli con la “macchinetta” fino ad ottenere la tipica passata di pomodoro che, poi, si versava negli appositi "Buccacci" in vetro o bottiglie che in seguito venivano messi in un "Bidone" (sempre sop’ a u’ trappir’) a bollire per circa un'ora e mezza. Oggi la tecnica non è cambiata ma molti, anzicchè usare il fuoco con scarmuzz’ e zepper’ , usano il treppiede a gas.
In Ottobre le cantine scavate nel tufo ( Rione dei Morti, La Costa ), emanano un profumo davvero unico, ossia del mosto in fermentazione. L’uva, il nostro Aglianico del Vulture, ‘ndò i palmint’, si sta trasformando in vino. Non solo profumo ma anche (per chi ha deciso di "s’ baddare" un po’ prima) il rumore del torchio, quel tlic-tlac, tlic-tlac che rimbomba nelle cantine e a sua volta nelle stradine.
In Novembre invece, dai frantoi esce il profumo dell’olio, olio rionerese ricavato dalle spremiture delle olive r’ u’ Uaddon’ r’ la Noc’ o r’ Catavatt’, r’ la M’zzan’ o r r’ Cerz’, r’ Sant’ Maria o r’ Frascoll’. ..Un profumo che sembra preparare l'Inverno e a sua volta il Natale.
martedì 13 aprile 2010
Impressioni...
La Domenica mattina Rionero offre di sé (a mio avviso) una caratteristica peculiarità.
Di buon mattino, prima che la macchina del traffico si metta in moto, passeggiare per le strade e vicoli di Rionero è davvero bello, soprattutto se il sole ci fa compagnia.
Vi è un silenzio surreale, rotto solo dal cinguettio degli uccelli e delle rondini.
Proviamo a passare per Via Garibaldi; bèh... che c’è di così buono e dolce di quel profumo di caffè e/o di pasticcini appena sfornati che esce dalla pasticceria del Cav. Libutti?
Un profumo che si dirama per tutta la via fin giù al portone principale del palazzo di Don Giustino Fortunato. Non si può fare a meno di entrare in quella pasticceria ed assaporare i dolci appena sfornati.
Oppure, se si passeggia per i vicoletti, soprattutto i vicoli del Rione dei Morti, magari accompagnati anche con il rintocco del campanile della Chiesa dei Morti (SS Sacramento), una cosa attira molto. Da quasi tutte la case esce quel profumo, un sapore di sugo Domenicale, fatto con un buon coniglio nostrano con aggiunta di basilico profumato. Pare che tutte le casalinghe del rione preparino contemporaneamente il pranzo della Domenica.
Non solo, ma se si fa caso, passando davanti alle porte di queste case, si può notare ancora qualche signora che prepara le orecchiette sop’ a u Tumpagn’.
Tutto questo soprattutto tra fine Primavera e piena Estate, quando la calura estiva porta a spalancare le porte delle case...
Continua
lunedì 5 aprile 2010
Rionero
Arch. Vescovile Melfi 1757-1853
tratto da Rionero di Pietrafesa
mercoledì 31 marzo 2010
La Furnaredd'

La Furnaredd' ( nella foto ) serviva ai contadini per mantenere il vino e l'acqua fresca nei periodi estivi durante i lavori nelle campagne.
Di solito era scavata nel terreno e ricoperta di pietre. La bocca era rivolta ad Est.

Era un vero e proprio frigorifero naturale.
lunedì 22 marzo 2010
Falò di San Giuseppe a Rionero
venerdì 19 marzo 2010
r' fuc r San Giusepp
sabato 13 marzo 2010
Quando sognavamo GIUSTIZIA E LIBERTÀ
Repubblica — 08 febbraio 2010 pagina 33 sezione: CULTURA
sabato 6 marzo 2010
CHE FESTA CONTADINA IN CAPO AL MONDO
POETICO e felice il Natale del 1941 a Rionero in Vulture, Lucania: altitudine metri 650, abitanti dodicimila, comprese le frazioni. Non lo dico perchè allora si era piccoli, o perchè la memoria successiva è intervenuta ad abbellirlo. No, fu proprio così - come dire? - oggettivamente. E così in famiglia lo ricordiamo. Era il secondo Natale di guerra. Gli uomini erano "fuori": chi in Eritrea, chi in Tripolitania. A casa erano rimaste le donne e noi bambini. Drammatica non era la guerra. Drammatico era il fatto che non si sapeva se sarebbe arrivato per tempo il sale. E senza il sale non si poteva ammazzare il maiale. Cioè, no: certo che lo si poteva ammazzare, e lo si sarebbe ammazzato, comunque. Ma senza il sale non lo si poteva conservare. E pensare che proprio quell' anno, quello cresciuto in casa nostra - a base di granturco, in uno sgabuzzino nel cortile, con un puzzo tremendo che non mi fa apprezzare i libri e i romanzi nostalgici degli odori - quello cresciuto con amore e tremore in casa nostra, dicevo, era una meraviglia di maiale. Intanto, non si era mai ammalato. E poi, era venuto su più grasso e florido di quasi tutti gli altri maiali dei vicini (quasi tutti: c' era sempre qualche maiale più grasso e più fortunato, nel vicinato). Quindi fu un Natale di grande trepidazione. Perchè Santa Margherita di Puglia era un posto remoto, inaccessibile, in capo al mondo. Forse a cento, forse addirittura a duecento chilometri di distanza. Nessuno di nostra conoscenza ci era mai stato. Chissà perchè, le comunicazioni stradali si erano interrotte. I camion col sale non volevano arrivare. Ma il Natale arrivò comunque, e fu comunque degnamente festeggiato. Le donne fecero una quantità sterminata di "pettole", lunghe frittelle tubolari che venivano acciambellate e buttate nella padella. Ogni anno si ingaggiava una gara. Se facevano prima loro a friggerle o noi ragazzi a mangiarle. Vincevamo noi, regolarmente, ogni anno. Vincemmo anche quell' anno, a mani basse. Poi c' erano i polli cresciuti in casa, poi c' era l' olio, poi c' era la pasta fatta in casa. Insomma, sapevamo che saremmo sopravvissuti. E così è stato. E poi c' era - per aiutarci a sopravvivere - la convinzione fermissima che quella guerra così com' era venuta se ne sarebbe andata. Gli uomini sarebbero tornati a casa. Era certo, bastava aspettare. Ci sarebbero state polveri miracolose che avrebbero lavato piatti e pavimenti senza la soda caustica e la "lisciva" che rovinavano alle donne la schiena e le mani. Forse in ogni casa ci sarebbe stata, oltre all' acqua fredda, anche quella calda. Forse ci sarebbe stato il telefono e la televisione. Forse in ogni casa ci sarebbe stato un frigorifero. Il caffè e lo zucchero sarebbero tornati in abbondanza. Le scarpe si sarebbero comprate nuove, qualche volta. Non sarebbero state mandate ogni tre mesi a risuolare. Con questo progresso, con queste "comodità", gli uomini sarebbero diventati pacifici e felici. Perchè, cos' altro se non l' indigenza li rendeva irrequieti e infelici, qualche volta? Fu un Natale con poco da mangiare e pochissimo da sperare, quello del 1941. Un bellissimo Natale.
Repubblica — 24 dicembre 1985 BENIAMINO PLACIDO
venerdì 5 marzo 2010
La Chiesa dei Morti

lunedì 1 marzo 2010
Calosc'
da Il Teatro a Rionero maschere e tradizioni di M. Corona
giovedì 25 febbraio 2010
Dal Catasto Onciario, Archivio di stato Napoli 1753
S. Antonio, Pietra di Solofra, Cugno di Atella, Valloni, Confina di Ribacanna, Serro di San Francesco, Scavuni, Gaudo, Ventarulo, Torre, Fontanelle.
Contrade abitate dai rioneresi:
Monte dei Morti, alla Via di Atella, contrada che va verso Barile, contrada del Piano di Chiancantina che va verso Sant'Antonio, contrada che dalla valle di Sant' Antonio va verso la Piazza, contrada che dalla Piazza va verso l'Annunziata, contrada che gira diestro la Costa verso ponenete, contrada che dal Piano della Costa va verso Atella.
fonte Rionero F.L. Pietrafesa
lunedì 22 febbraio 2010
venerdì 19 febbraio 2010
martedì 16 febbraio 2010
La Fiera
Da anni la Fiera si svolge regolarmente in date precise, oltre ai mercati ogni 3° Venerdì del mese.
Si inizia il 25 Aprile con la Fiera di San Marco ( la fer’ r’ Sant’ Marc’). Ricordo che a questa fiera si compravano i Pulcin’ o u Pùrc'.
Il 20 Agosto ( si iniziavano e vedere sulle bancarelle zainetti, quaderni, portacolori, grembiuli, attrezzature per fare la salsa di pomodori…insomma preannunciava la fine dell’Estate e l’inzio della scuola)
L’ 11 Novembre la fiera di San Martino ( per comprare le scale per raccogliere le olive, ultimamente le reti e r’ manuzz’)
L’ 8 Dicembre la Fiera dell' Immacolata.( per me era la fiera di Natale )
Prima dell’ apertura dell’ospedale, la Fiera si svolgeva in Via Roma. Bellissima!
Partiva dal monumento a Michele Granata fino al bivio tra Via Roma e Via Fiera, vicino a u’ Putass’
Li, la Fiera di divideva in due. Una parte proseguiva per Via Roma fino a u Trappit r’ Ciancaglion,
L’altra parte proseguiva per Via Fiera fino su a r’ Furc’.
Nel piazzale, dove ora sorge il Centro Sociale, li si svolgeva il commercio degli animali da stalla e da cortile.
Ogni bancarella sembrava un piccolo negozietto. Si aveva l’impressione che era lì da sempre.
Vicino alla taverna Paradiso, si metteva sempre la bancarella di intimo, proprio sull’incrocio di biforcazione della fiera, la bancarella di giocattoli, su Via fiera i venditori di lampadari e mobiletti, oppure vicino all’ex Jazz bar i venditori di robe usate.
Alla fine di essa, lo spazio riservato anche ai marucchin'.
Particolari erano gli enormi panini che si mangiavano i venditori...non sò, avevano quella particolarità unica, pur di trattenere il cliente e vendergli qualcosa, riuscivano a mangiare e nello stesso tempo parlare. Bòh...quel modo di fare a me faceva venire l'acquolina in bocca!